La parrocchia

La Parrocchia di S. Maria Nuova si trova in prossimità del centro cittadino e comprende la parte più antica della città.

Territorio
Il territorio della parrocchia

Alla Parrocchia di S. Maria Nuova sono state annesse quelle di S. Pellegrino e S. Lorenzo (Duomo). Il parroco don Mario Brizi è coadiuvato nel suo lavoro dal vice parroco don Angelo Gargiuli e da collaboratori laici (v. Organigramma).

All’attività quotidiana della Parrocchia si aggiungono catechesi per i giovani, incontri mensili con gli adulti, cerimonie e incontri straordinari, Comunioni e Cresime (v. Agenda).

Nel mese di maggio (la seconda domenica) ogni anno si svolge la festa del SS. Salvatore.

Nell’ambito parrocchiale sono presenti Chiese con storie antichissime e pregevoli opere d’arte.

Chiesa di Santa Maria Nuova

La Chiesa di S. Maria Nuova è certamente una delle più antiche ed importanti di Viterbo, poiché la sua costruzione è anteriore al 1080, anno in cui, il 13 dicembre, venne donata da Prete Biterbo e dalla sua famiglia al Vescovo Giselberto; vi erano annessi una vasta canonica con il chiostro e un ospedale per ricovero di pellegrini. In stile romanico con influssi lombardi, ha il soffitto a capriate con travi e pianelle decorati nel XV secolo; l’interno è diviso in tre navate da sei colonne monoliti e due semicolonne che sorreggono archi a tutto sesto poggianti su capitelli di diverso e raffinato disegno. Nei muri perimetrali sono ricavate cinque ampie nicchie tutte affrescate dai pittori viterbesi Matteo Giovannetti, Antonio Zacchi detto il Balletta, Antonio Del Massaro detto il Pastura. Vi si conservano pure dipinti di varie epoche, come il duecentesco trittico del SS.Salvatore, e altre opere in peperino, bronzo e terracotta, anche di artisti moderni come Canestrari e Mastrojanni.

Santa Maria Nuova
Santa Maria Nuova

Sull’angolo esterno sinistro è un delicato pulpito, da cui nel 1266 predicò S. Tommaso d’Aquino. Il chiostro, ristrutturato nel secolo scorso, è comunemente detto longobardo per i motivi architettonici che caratterizzano il lato sud.

Dopo il 1080 e per qualche secolo, la Canonica di S. Maria Nuova svolse un ruolo fondamentale nella vita della città e nella sua storia. Poiché Viterbo non disponeva di un palazzo comunale, la nuova Chiesa, autonoma rispetto ai poteri laici ed ecclesiastici e quindi in grado di fornire ampie garanzie di indipendenza e sicurezza, venne prescelta come sede delle Assemblee Popolari e dei Consigli Generali, come quello del 1261 in cui venne discussa la richiesta di Alessandro VI di costituire una lega contro Manfredi e i ghibellini. Già negli Statuti Comunali del 1251 era stabilito che all’esterno della Chiesa fosse collocato il cippo sul quale era scolpito il “passo” assunto come misura ufficiale del Comune.

A causa dell’insicurezza determinata dalle lotte delle fazioni vi si conservavano gli atti e i denari del Comune: in apposite casse ferrate erano custoditi i documenti dei confini, dei possedimenti, delle franchigie, delle esenzioni pontificie e imperiali da dazi e gabelle, i più rilevanti atti amministrativi e i soldi della Comunità. Gli Statuti del 1469 regolamentarono in modo preciso la custodia dei forzieri, le cui chiavi erano affidate a quattro cittadini eletti dai rispettivi rioni. In altra cassa, chiusa da tre chiavi custodite dal Priore di S. Maria Nuova, dal Podestà e dai Priori del Comune, dagli inizia del XV secolo era depositata l’urna del Bussolo con le schede dei cittadini deputati ai pubblici uffici, da cui veniva solennemente prelevata (ed altrettanto solennemente ricollocata) in occasione dell’estrazione dei nomi di coloro che erano chiamati a ricoprire le cariche pubbliche.

L’archivio, i denari e il bussolo furono conservati in S. Maria Nuova fino al 1574, allorché disponendo ormai il Comune di una prestigiosa sede nel Palazzo dei Priori, tutti i forzieri furono definitivamente collocati nella Cancelleria comunale.

Santa Maria Nuova
Santa Maria Nuova

L’interno della chiesa presenta opere di notevole interesse storico-artistico ad iniziare da una tavola che raffigura la Madonnacol Bambino tra S. Bartolomeo e S. Lorenzo forse attribuibile a Giovan Francesco d’Avanzarano; a seguire due cappelle a nicchia: nella prima vi è una Crocifissione tra la Madonna, S. Giovanni, S. Ambrogio, un altro santo e Angeli di Francesco d’Antonio Zacchi detto il Balletta (XV secolo) nella seconda nicchia è un’altra Crocifissione con la Madonna, S. Giovanni, S. Barbara e S. Nicola di scuola toscana del 1293.

Nel presbiterio, delimitato da una balaustra bronzea di Carlo Canestrari  raffigurante l’Ultima Cena (1964) vi è l’altare maggiore del XII secolo con apertura ad archetto per consentire la vista delle reliquie ivi conservate; in alto un crocifisso fuso in bronzo ancora del Canestrari.

Sull’altare dell’abside sinistra, un trittico di scuola romana del XIII secolo dipinto su cuoio rappresentante un Cristo benedicente tra la Vergine e S. Giovanni, sul retro vi sono S. Michele Arcangelo tra S. Pietro e S. Paolo. Tale immagine è venerata localmente come quella del SS. Salvatore.

In cima alla navata sinistra vi è un grande tabernacolo gotico a tre cuspidi che inquadra una moderna Pietà in peperino (1958) sempre del Canestrari che lì è sepolto. Proseguendo, dopo i resti di un affresco del 300 di scuola viterbese e un bassorilievo in terracotta del contemporaneo Mario Vinci, si trovano altre due nicchie con affreschi: il primo raffigura la Madonna in trono col Bambino tra il Battista, una devota e il Cristo risorto del Balletta (XV secolo), il secondo del viterbese Matteo Giovanetti del 1340 circa rappresenta una Crocifissione  con la Madonna, il Battista, la Maddalena, S. Giovanni e S. Giacomo Maggiore. L’ultima pittura è un affresco del Pastura che rappresenta S. Girolamo tra S. Giovanni Battista e S. Lorenzo.

Il soffitto a capriate, decorato da pianelle e travi dipinti a tempera con motivi floreali, che difficilmente si potevano intravedere a causa del tempo, delle intemperie e delle varie manomissioni, è stato restaurato nel 2011 ed oggi possiamo ammirare capolavori risalenti sicuramente al XIV secolo. Ci sono i travi di castagno decorati (sono poche le strutture di questo tipo) e le pianelle (sono 2600) con rappresentazioni dipinte o rilavorate in più occasioni.

Dietro la Chiesa si trova il Chiostro definito Longobardo in quanto ritenuto parte di un edificio paleocristiano preesistente alla chiesa; del chiostro rettangolare, scoperto soltanto nel 1954, sono rimasti solo due degli originari quattro lati: quello più lungo presenta gli archetti, in laterizi, sorretti da esili colonnine con evidente entasi tipica dell’architettura longobarda terminanti in capitelli a forma di stampella; quello più corto ha invece tre ampi e massicci archi romanici sostenuti da pilastri. Nel corso dei secoli l’area fu usata addirittura come fossa comune come risultò poi dai numerosi scheletri rinvenuti durante i restauri.

Chiesa di San Pellegrino

San Pellegrino
San Pellegrino

E’ situata nel cuore del quartiere medievale, il più suggestivo della città, quello che ha mantenuto inalterata la sua originaria struttura urbanistica con edifici medievali di epoche e classi sociali diverse. Su tre lati si articola il palazzo della nobile famiglia guelfa degli Alessandri (XIII sec.), costruito in periodi successivi, dove l’intrecciarsi degli archi a tutto sesto o ribassati, le colonne del portico, il bel profferlo compreso nelle mura, la semplice decorazione a stella di diamante, i portali e le finestre sullo sfondo delle massicce torri e delle tortuose stradine, fermano nel tempo l’atmosfera del dinamico Medioevo viterbese. Nelle vie attorno, eleganti profferli, ballatoi, archi, abitazioni e torri completano la memoria storica.
Della Chiesa di S. Pellegrino si hanno notizie fin dall’XI secolo come dipendenza dell’Abbazia di Farfa che aveva numerosi possedimenti a Viterbo. L’originaria struttura romanica è stata in gran parte cancellata a partire dal 1889 quando è stata eretta una nuova facciata neogotica che presenta in alto lo stemma del vescovo Antonio Grasselli che volle il cambiamento.

San Pellegrino
San Pellegrino, Quartiere Medioevale

L’interno, a navata unica e soffitto a capriate, presenta tracce di affreschi del 400 e del 700, mentre il presbiterio è stato ricostruito dopo il 1945 in forme moderne. La pala d’altare (1979) è una copia del S. Pellegrino e Angeli di Vincenzo Strigelli (XVIII secolo) andata distrutta durante i bombardamenti.
La casa canonica, interamente ristrutturata, ospita incontri e attività artistiche e culturali.

Chiesa di San Lorenzo (Duomo)

Duomo
San Lorenzo, Duomo di Viterbo

La chiesa, intitolata al santo copatrono locale, sembra sia derivata dall’ampliamento di una piccola Pieve sorta in tempo immemorabile sui ruderi di un’ara pagana dedicata ad Ercole. E’ comunque certo che la prima progettazione risale alla seconda metà del XII secolo in stile romanico, con una semplice impostazione di pianta a tre navate chiuse da absidi. La struttura basilicale viene modificata con l’aggiunta di un transetto alla fine del XII secolo, mentre gli spazi interni sono divisi da due file di arcate. Le colonne che sorreggono questi archi furono decorate da maestranze locali con capitelli in peperino. In seguito allo spostamento della sede papale da Roma a Viterbo nella seconda metà del XIII secolo la cattedrale, che era già stata riconosciuta principale chiesa della città, incrementa la sua importanza ed è legata a eventi storici di grande scalpore: in San Lorenzo, ad esempio fu scomunicato Corradino di Svevia. La struttura del Duomo viene successivamente modificata: alla fine del Duecento viene aggiunto un campanile in stile gotico, che risente del gusto per la bicromia diffuso dall’ aera toscana; la facciata eretta nel 1570 per volere del Card. Francesco De Gambara va a sostituire l’originale (su cui si aprivano tre rosoni traforati) di stile romanico-lombardo i cui resti sono ben visibili nel rosone di destra e nelle absidi delle navate laterali, oltre che nelle colonne sormontate da vari e pregevoli capitelli, mentre le cappelle e il tetto furono costruiti in epoca successiva, con un evidente recupero di modelli rinascimentali. Anche se questi interventi finiscono per alterare l’armoniosa semplicità del progetto originale, fu la seconda guerra mondiale, con la distruzione aerea del 1944, a infliggere i danni più pesanti, rendendo necessaria una ricostruzione quasi totale della zona intorno al presbiterio. La facciata è aperta da tre portali, a timpano triangolari quelli minori, a mezzaluna e orlato di ghirlande quello centrale con la “Porta della luce”, in bronzo, di Roberto Joppolo (2004). Per tradizione le due colonne bianche sono ritenute appartenenti all’antico tempio di Ercole.
L’interno della cattedrale si presenta in tre navate divise da undici colonne per lato, tutte con capitelli differenti l’uno dall’altro scolpiti a motivi animali e vegetali. Vi si trovano opere artistiche di grande interesse ad iniziare dalla cappella di S. Caterina dove si conserva un affresco del XVI secolo attribuito al viterbese Antonio del Massaro detto il Pastura raffigurante la Verginecol Bambino che porge l’anello delle nozze mistiche a S. Caterina, proseguendo si può ammirare il ciclo pittorico duecentesco dell’area absidale, gli affreschi trecenteschi nella zona a sinistra dell’ingresso, i brani lacunosi collocati sopra l’entrata del battistero.
Nella navata destra è anche la cappella con affreschi riproducenti la Madonna con Santi. Di qui si accede ad altro ambiente dove era il monumento funebre della principessa Letizia Bonaparte Wyse morta a Viterbo nel 1871 nella propria villa fuori porta Fiorentina e riprodotta nel busto marmoreo eseguito dal senese Giovanni Dupré. Altri esemplari notevoli di arte sacra sono la tela della navata laterale rappresentante la Sacra Famiglia realizzata da Giovan Francesco Romanelli, quella dell’altare maggiore, del primo Settecento sempre del Romanelli, in cui è raffigurato il santo cui è dedicata la chiesa, un S. Bartolomeo di Vincenzo Strigelli (XIII secolo), il quadro, opera di Francesco Maria Morandi (1690), dei SS. Ilario e Valentino nella cappella omonima che ospita anche le reliquie dei martiri già protettori di Viterbo, i Quattro Evangelisti di Gianmaria Mari nelle vele della piccola cupola, il ritratto del Beato Giacomo da Viterbo nonché i dieci riquadri che riportano episodi della vita di S. Lorenzo ascritti a Marco Benefial.
Nella navata sinistra è posta una copia della Madonna della Carbonara il cui originale si trova nel museo del Duomo, Sempre nella stessa navata si aprono in successione la Cappella di S. Lucia del XVI secolo affrescata dal lucchese Paolo Guidotti, e la sagrestia il cui ingresso è sormontato dal busto del  cardinale Muzio Gallo di Osimo scolpito da Agostino Penna.
Sul fondo, al termine del colonnato, si accede al “Coro dei Canonici” detto anche “Cappellone” prolungamento della Chiesa voluto dal vescovo Sebastiano Gualtiero nel 1560 e ampliato dal vescovo Urbano Sacchetti nel 1683. Gli affreschi sono del romano Giuseppe Passeri e rappresentano il Giudizio Universale e le Virtù Cardinali. Importante la tela d’altare, il San Lorenzodel Romanelli (1648) il cui bozzetto originale è conservato al Louvre di Parigi.
In San Lorenzo si trovano anche una fonte battesimale con marmo di Carrara per commissione del nobile Niccolò Bussi del tardo Quattrocento (1471) attribuito al maestro Francesco d’Ancona e il sarcofago del papa portoghese Giovanni XXI menzionato da Dante nel Paradiso.

Palazzo Papale
Palazzo Papale

A fianco del Duomo si trova il “Palazzo dei Papi”. Si tratta del principale monumento viterbese, praticamente il simbolo della città, teatro di avvenimenti fondamentali non solo per Viterbo, ma anche per la storia della Chiesa. La sua costruzione voluta dal capitano del popolo Raniero Gatti, ebbe inizio nel 1255 e terminò nel 1267. Appena terminato vi fu accolto Clemente IV che vi morì nel 1268 dando inizio ad uno dei più lunghi periodi di sede vacante tanto è vero che gli stessi viterbesi, stufi delle lotte interne dei cardinali, li chiusero nel palazzo cum clave, scoperchiando anche il tetto. Solo nel 1271, il 1° settembre, si ebbe l’elezione di Gregorio X. Dopo di lui i Papi che ebbero la loro sede a Viterbo furono Adriano V, Giovanni XXI, Niccolò III e Martino IV. Comunque Viterbo continuò per secoli ad ospitare temporaneamente papi e alti ecclesiastici ed è tuttora chiamata “Città dei Papi”.
A sinistra è il corpo principale del palazzo che si affaccia dall’altro lato sulla valle di Faul appoggiandosi su imponenti contrafforti; esso è preceduto da un’ampia scalinata con due colonne alla sommità e dove su un ballatoio sorretto da un arco si apre l’ingresso della “Sala del Conclave” sormontato da uno stemma do S. Bernardino. Nella sala insistono dodici finestre a bifora (sei per parte) e altrettante a feritoia sopra di esse; il pavimento è in lastroni di peperino originali.
A destra c’è la stupenda loggia gotica detta anche “Loggia delle Benedizioni” dalla quale si affacciava il papa ai fedeli ultimata da Andrea di Berardo Gatti. Al centro del ballatoio è una fontana composta da una vasca di base del 400 con stemmi dei Gatti, di papi e vescovi e da una vasca superiore con teste di leone e pinnacolo questi ultimi risalenti al 200. Tutta la loggia è sorretta da due grandi archi a sesto ribassato e da un enorme pilastro ottagonale che aveva la funzione di cisterna d’acqua.
Il Palazzo Papale è unito alla Cattedrale da una serie di costruzioni di varie epoche che compongono l’Episcopio aperto da una loggia neoclassica architravata di fine 700.

Chiesa di Santa Maria della Carbonara

Santa Maria della Carbonara
Santa Maria della Carbonara

La Chiesa di S. Maria della Carbonara, situata sulla antichissima via S. Antonio (transitante sotto il ponte del Duomo), risale al XIII secolo, ma purtroppo ha perso la maggior parte degli elementi decorativi di una volta. Fu sede nel medioevo dei templari e nel 500  fu affidata ai Cavalieri di Rodi (divenuti poi di Malta) e proprio a cura del Sovrano Militare Ordine di Malta la chiesa fu restaurata nel 1964. Vi fu conservato a lungo il dipinto bizantino della Madonna della Carbonara, oggi nel Museo del Colle del Duomo, mentre nella Cattedrale è esposta una copia. Attualmente, la Chiesa è utilizzata da una comunità ortodossa.

Chiesa di Santa Maria della Visitazione (Duchessa)

Santa Maria della Visitazione
Santa Maria della Visitazione

Sulla fiancata sono visibili un arco e alcune finestre murate risalenti al XIII secolo appartenute al Palazzo Capocci residenza della famiglia del potente cardinale viterbese Raniero. La Chiesa e l’annesso monastero di clausura vennero realizzati per volere di Gerolama Orsini, Duchessa di Castro e Parma, moglie di Pierluigi Farnese che dopo l’uccisione del marito si ritirò nella zona fondando un monastero da donare all’ordine benedettino. Per questo venne demolita la Chiesa di S. Bartolomeo.
Gli ambienti conventuali risalgono al 1557, mentre la Chiesa fu iniziata nel 1607 e ultimata sette anni dopo. La facciata a capanna è scandita da lesene in peperino e aperta da un portale con timpano triangolare sormontato più in alto da un altro grande timpano ad arco ribassato; ancora più in alto una finestra rettangolare e il grande timpano a cuspide in cui termina la facciata.
Sulla fiancata vi è anche un portale laterale murato e un campanile dall’originale disegno a colonne.
L’interno ad una navata con tre altari per ogni parete presenta due piccole cappelle ai lati del presbiterio e un abside con una volta a botte.
Tra le opere presenti: un Martirio di S. Bartolomeo del 1774 della romana Annunziata Verchiani, una Madonna con Bambino tra S. Benedetto e S. Bernardo, un S. Michele Arcangelo, una Santa Sabina e un S. Lorenzo tutti del XVIII secolo ad opera di Antonangelo Falaschi. Sul terzo altare a sinistra vi è una Visitazioneattribuita a Filippo Caparozzi (XVII secolo).
La cappella destra è dedicata alla beata Maria Benedetta Frey (1836 – 1913) dove riposa tale monaca ricordata come esempio di carità. Il soffitto è a cassettoni dipinto in rosso e azzurro con dorature e stucchi opera del modenese Giovan Battista Magni (1673).

Chiesa del Gonfalone

Chiesa del Gonfalone
Chiesa del Gonfalone

A Viterbo, città in cui il barocco non produsse certamente opere di eccelso valore, un’eccezione per quanto riguarda tale stile è costituita da questa imponente chiesa realizzata dalla Confraternita del Gonfalone (esistente già nel XII secolo e il cui fondatore fu S. Bonaventura).
Essa fu dedicata al Battista in quanto la congregazione si unì nel 1561 alla Compagnia di S. Giovanni radicata nel lontano XII secolo. La Confraternita
si occupava soprattutto di raccogliere oboli per riscattare i cristiani prigionieri dei Turchi in Terrasanta.
La chiesa, la cui lunga realizzazione durò dal 1665 al 1726, si può considerare un’espressione totale dell’arte viterbese dell’epoca: nonostante la provenienza romana dei progettisti, vicini al Borromini, i costruttori e i pittori che dipinsero l’interno furono tutti di estrazione locale.
Tutto l’edificio sacro, ad esclusione della facciata, fu completato nel 1694 su progetto di Francesco Maria Baratta, che progettò la chiesa del Gonfalone come semplice appostamento di due spazi longitudinali dalla profondità limitata creando due ambienti originariamente distinti: la cosiddetta residenza dove si riunivano i confratelli , e la navata unica della chiesa. Nel 1726 su progetto dell’architetto romano Francesco Ferruzzi, si portò a termine la facciata caratterizzata dal rivestimento in peperino e dall’andamento concavo che si ripete anche nella scalinata.

Chiesa del Gonfalone
Chiesa del Gonfalone

Sul portale si trovano gli stemmi del vescovo Sermattei (1719-1731) e quello di Benedetto XII (1724-1731). All’interno troviamo uno dei più stupefacenti e raffinati complessi della pittura barocca viterbese, quasi un museo che raccoglie la produzione dei maggiori artisti della città, realizzata nell’arco di un anno, dal settembre 1756 al febbraio 1757.
La Gloria dell’Empireo, dipinta nella volta,  fu realizzata da Vincenzo Strigelli (1713-1769), inquadrata dalle architetture prospettiche di Giuseppe Marzetti; nella lunetta dell’arco trionfale Anton Angelo Falaschi (1702-1768) dipinse il Battista alla presenza di Erode; mentre in posizione corrispondente, ma in contro facciata, Domenico Corvi realizzò un vero capolavoro sulla Decollazione del Battista. Nel 1746 Nicola Salvi, l’ideatore della fontana di Trevi a Roma, progettò l’altare maggiore al di là del quale  troviamo il coro affrescato con scene della storia del Battista. Sulla parete di fondo del coro trovava posto uno dei capolavori della pittura viterbese: lo stendardo processionale dipinto da Giovan Francesco Romanelli. attualmente in restauro e sostituito da una copia.
Ai lati dell’altare maggiore sono due figure allegoriche di Sebastiano Carelli di Montefiascone (1772)che rappresentano la Scienza e la Religione. Le pitture monocrome dell’oratorio sono dei romani Giuseppe Rosa e Pietro Piazza (1747) con raffiguranti la vita del Battista. Il coro ligneo del viterbese Carlantonio Morini è del 1834.
Nella chiesa si venera la statua della Madonna del Carmelo portata in processione a metà mese di luglio.

 

Chiesa di Santa Giacinta

Santa Giacinta
Santa Giacinta

La Chiesa si trova in p.za della Morte ed è situata a fianco del Monastero di S. Bernardino. Completamente distrutta dai bombardamenti del 1944, è stata ricostruita in forme moderne su disegno dell’architetto viterbese Rodolfo Salcini e completata nel 1960 ignorando del tutto la precedente connotazione barocca.
La facciata in riquadri di peperino presenta un portale ornato con stelle a quattro punte sormontato da un finestrone abbellito da una scultura in ferro riproducente in stile moderno lo stemma di S. Bernardino.
Nel semplice interno, con cupola quadrata, in un ricca urna sulla quale figurano gli stemmi dei Ruspoli e dei Marescotti, si venerano le spoglie di S. Giacinta (1585-1640) nativa della vicina Vignanello. A sinistra dell’ingresso vi è l’entrata al monastero di clausura sul quale campeggiano grandi stemmi in peperino del Santo e dei Ruspoli. All’interno vi sono antiche sale, pitture, stemmi, lapidi, una fontana rinascimentale e la cella di S. Giacinta dove campeggia un grande crocifisso voluto dalla Santa.

 

Chiesa di san Silvestro (o del Gesù)

Chiesa di San Silvestro (o del Gesù)
Chiesa di San Silvestro (o del Gesù)

La Chiesa risale all’XI secolo e rivestì un ruolo primario nella vita cittadina fino a metà duecento. Vari ordini e corporazioni si alternarono nell’officiarla: l’Arte degli Ortolani, i Gesuiti, i Carmelitani Scalzi, i Penitenti e la Confraternita del nome di Gesù da cui derivò l’altro nome con il quale ancora oggi viene più spesso chiamata. Per anni in abbandono fu restaurata nel 1987 e affidata ai Cavalieri e alle Dame dell’Ordine Equestre del S. Sepolcro.
La facciata della Chiesa termina singolarmente in un campanile a vela; il portale architravato è sormontato da una lunetta avente un affresco raffigurante una Madonna col Bambino. Sopra la lunetta il simbolo della confraternita del Nome di Gesù e quindi una monofora. Nel campanile sono inseriti fragi marmorei di epoca antecedente, così come i due leoni sugli spioventi. Sulla parte posteriore un altro campaniletto a vela.
L’interno ad una navata molto semplice con il soffitto a capriate due monofore per ogni parete e un oculo sovrastante la piccola abside. Sulle pareti e nell’abside vi sono affreschi votivi che vanno dal 300 al 500. Al centro del presbiterio un Crocifisso ligneo del 600 proveniente da S. Maria Nuova.
Al suo interno, il 13 marzo 1271, mentre poco distante si svolgeva il Grande Conclave, Guido di Montfort uccise Enrico di Cornovaglia, un atto di spietata vendetta familiare citato da Dante nel XII canto dell’Inferno. Davanti alla Chiesa, sulla piazza, si erge l’elegante fontana rinascimentale proveniente dal demolito convento di San Domenico. All’ingresso della piazza la torre del Borgognone (XII sec.).

 

Chiostro

Chiostro
Chiostro

Al termine della fianca sinistra della chiesa di S. Maria Nuova, in via di S. Maria Nuova, possiamo ammirare il chiostro, ristrutturato nel 1954, comunemente detto longobardo per i motivi architettonici che caratterizzano il lato sud e in quanto ritenuto parte di un edificio paleocristiano preesistente alla chiesa attuale; del chiostro rettangolare sono rimasti soltanto due degli originari quattro lati: quello più lungo presenta gli archetti, in laterizi, sorretti da esili colonnine (la cui forma ci ricorda quella di S. Maria in Cella e di S. Sisto) con evidente entasi tipica dell’architettura longobarda, terminanti in capitelli a forma di stampella; quello più corto ha invece tre ampi e massicci archi romanici sostenuti da pilastri in pietra poggianti su un muretto.

Chiostro
Chiostro

Nel corso dei secoli l’area fu usata addirittura come fossa comune, come risultò poi dai numerosi scheletri rivenuti durante i restauri. Questo e altri usi impropri fecero andare in malore anche la sagrestia e la vecchia casa canonica. Soltanto con una provvidenziale ristrutturazione ad opera della parrocchia stessa negli anni ’60 e ’70, parallela a quella del chiostro, si riuscì a salvare e a rimodernare il complesso, che oggi comprende anche il piccolo Teatro Don Mario Gargiuli (1923-1966), Parroco della chiesa dal 1951 al 1966.